Popolazione, povertà ed esclusione sociale
La povertà non è un concetto semplice ed univoco, ma al contrario è un fenomeno caratterizzato dalla presenza di una molteplicità di approcci e definizioni dai quali possono discendere implicazioni di carattere etico e morale a fondamento della prospettiva adottata.
In quanto segue saranno utilizzate definizioni e criteri standard di misurazione della povertà, che tengono conto dei valori di reddito (o di spesa) e della percezione delle famiglie sulle rispettive condizioni di vita.
Secondo il criterio di povertà relativa è definita povera una famiglia di due persone che ha reddito minore o uguale al reddito medio procapite della collettività considerata (la definizione di povertà è legata al reddito medio della collettività). Questo livello di reddito è definito: linea standard internazionale di povertà.
Si parla invece di povertà assoluta, se la stima effettuata è riferita al valore di un paniere di beni essenziali, aggiornato ogni anno tenendo conto della variazione dei prezzi al consumo. Si tratta, in ogni modo, di povertà oggettiva, ovvero calcolata sulla base dei consumi e del reddito.
La povertà soggettiva, al contrario, misura il senso di appagamento: sono povere in questo caso tutte quelle famiglie che dichiarano di non aver risorse sufficienti rispetto ad un certo standard di vita che viene da loro considerato come minimo.
Nel presente lavoro saranno richiamati, di volta in volta, alcuni studi ufficiali che, utilizzando i criteri sopraesposti, metteranno in luce come, sul fenomeno, è ripartita la popolazione europea.
Una recente analisi[1] inerente alla disponibilità di spesa, percepita dal consumatore europeo, pone in evidenza che gran parte degli intervistati dichiara di guadagnare una cifra inferiore rispetto a ciò che sarebbe necessario per condurre una vita dignitosa, e di avere difficoltà economiche ad arrivare alla fine del mese: la media europea, relativa ai soggetti in questione, si attesta sul 37%, ma il confronto tra i paesi europei mostra come tra i grandi paesi (Spagna 45%, Francia 36%, Regno Unito 28%, Germania 24%) l’Italia, con una percentuale del 58%, si situa, con Portogallo (61%) e Grecia (58%) nella parte alta di questa classifica (cfr. Tabella 1).
Questo trend pessimistico si spiega in ragione del divario esistente tra i costi crescenti e un reddito effettivo che rimane per lo più immutato[2]. Ad aumentare il clima di sfiducia si aggiunge la recente inversione di tendenza sulle previsioni di crescita in Europa[3]: a causa dell’aumento del prezzo del petrolio, che determina, ovviamente, un aumento dei prezzi generalizzato nei diversi settori del mercato, la forza della domanda interna potrebbe subire un brusco rallentamento determinando una contrazione dei consumi, e quindi estendendo la soglia di povertà delle famiglie.
[1] Income poverty and social exclusion in the EU 25.
[2] Isae 2005.
[3] Commissione Europea 2006.
Per tentare di perfezionare il quadro di difficoltà che insiste sulla realtà europea è utile analizzare anche l’indice di ottimismo, che come risulta di dati che seguono, è in calo nei diversi paesi dell’Unione Europea:

Eurobarometro 68
Trevisani, 2002.
