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Giurisprudenza – Risarcimento danni morali per errore diagnostico

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L’onere della prova che ricade sul paziente è limitato alla prova del rapporto intercorso con il medico e del peggioramento delle proprie condizioni di salute; è il medico che deve dimostrare l’insussistenza del nesso di causalità fra la propria condotta e le conseguenze dannose lamentate ovvero l’inesistenza della colpa nell’esecuzione della propria prestazione.
La brevità del periodo in cui l’errata diagnosi ha sconvolto la vita dell’attrice incide sulla quantificazione del danno, non sulla sua sussistenza. 
Tribunale di Palermo, Sez. I Civile, sentenza del 19 marzo 2014, n. 1579

Commento

Il Tribunale di Palermo ha emesso una interessante sentenza nel settore della responsabilità delle strutture sanitarie nel caso di errata diagnosi, riconoscendo il danno esistenziale in questa fattispecie particolare, effettuando un articolato computo sulla base delle tabelle milanesi di liquidazione.

Il caso riguarda la vicenda della Signora A.B. e la sua disavventura presso una Azienda Ospedaliera palermitana. La sig.ra A.B. veniva ricoverata presso l’Ospedale per versamento pleurico bilaterale, che si manifestava con stati febbrili e dolori al torace da diversi giorni.

Il medico prescriveva una serie di radiografie ed esami del sangue, i quali non rilevavano problematiche allarmanti; tuttavia, dopo qualche giorno, veniva sottoposta ad una TAC che evidenziava, secondo i sanitari palermitani, la presenza di un tumore maligno al rene.

Sottoposta all’ennesimo esame, i sanitari non avevano dubbio e comunicavano ai familiari che non vi era più nulla da fare: si trattava ormai di una fase metastatica.

Questa diagnosi, resa la vigilia di Natale, non lasciava margine di dubbio sulla certezza di un esito mortale; la signora, presa coscienza del proprio destino, si attivata anche per fare testamento; tuttavia, aggrappandosi ad un barlume di speranza, decideva comunque di chiedere un appuntamento con un prestigioso Istituto di Milano, dove, dopo un attento esame, i sanitari non rilevavano alcuna traccia di tumore.

Rientrati a Palermo, i familiari si recavano presso l’ospedale palermitano per discutere con i sanitari questo risultato; ma i medici continuavano ad affermare la loro tesi.

A questo punto la famiglia, confusa a causa delle contraddittorie ed ambigue diagnosi, si recava presso un Centro di Milano per un terzo parere; i sanitari confermavano che la diagnosi di “carcinoma renale sinistra in fase metastatica” era frutto di un errore diagnostico compiuto dai sanitari dell’Azienda Ospedaliera palermitana.

La Signora iniziava, quindi, una causa davanti al Tribunale di Palermo, per essere risarcita per l’angoscia e la sofferenza subita nell’arco di un periodo di 15 giorni di incertezza sul proprio destino.

Il giudice le ha dato ragione, condannando l’Ospedale al pagamento di una somma di circa 22.000,00 euro tra risarcimento, spese legali e di consulenza.

Con la sentenza qui commentata il giudice ha, infatti, affermato che con l’errata diagnosi di un tumore maligno è stato violato il diritto dell’attrice alla propria serenità e tranquillità familiare.

Ed ancora, ai fini della quantificazione del danno morale, il giudice si è espresso nel senso che la mancanza di menomazioni fisiche non incide significativamente in confronto alla eccezionale gravità del turbamento psicologico patito dalla Signora.

In particolare, il giudice, fa affermato che “la brevità del periodo in cui l’errata diagnosi ha sconvolto la vita dell’attrice incide sulla quantificazione del danno, non sulla sua sussistenza……Circa il quantum, da determinarsi evidentemente in via equitativa, occorre tenere conto dell’enorme prostrazione e delle sofferenze patite dalla Signora per essere stata costretta a  vivere con la certezza (suffragata da accertamenti clinici all’apparenza rigorosi) di essere gravemente ammalata e, sostanzialmente, senza speranze di sopravvivenza al tumore, nonché del patema d’animo conseguente allo stravolgimento che la nuova e sfortunata condizione avrebbe comportato per sé ed i propri familiari per il tempo restante”.

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