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Giurisprudenza – Alimenti inadatti al consumo umano

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Il consumatore deve essere informato quando un alimento è inadatto al consumo umano, anche se non è dannoso alla salute e le autorità nazionali sono autorizzate a rendere note la denominazione dell’alimento e dell’impresa o della ragione sociale sotto la quale l’alimento è stato prodotto, trasformato o immesso sul mercato.  Corte di Giustizia Europea, IV Sezione, sentenza del 11 aprile 2013 (causa C-636/11)

Commento

Questa sentenza – relativa alla causa Berger contro Freistaat Bayern – stabilisce che il consumatore deve essere informato  quando un alimento è inadatto al consumo umano, anche se lo stesso non è dannoso per la salute. Tale obbligo, infatti,  discende dall’interpretazione del regolamento n. 178/2002 sulla sicurezza alimentare che consente alle autorità nazionali di rendere noti i dati identificativi la denominazione dell’alimento e dell’impresa o della ragione sociale sotto la quale l’alimento è stato prodotto, o trasformato, o immesso sul mercato.

Innanzitutto, è bene ricordare che il regolamento sopracitato assicura la qualità sia degli alimenti destinati al consumo umano sia dei mangimi, garantendo così la libera circolazione di cibi sani e sicuri nel mercato interno e proteggendo, altresì,  i consumatori dalle pratiche commerciali fraudolente o ingannevoli.

Nessun alimento dannoso per la salute e/o inadatto al consumo può essere, infatti, immesso nel mercato. Per stabilire se un alimento sia dannoso, si tiene conto delle condizioni d’uso normali, dell’informazione fornita al consumatore, del probabile effetto immediato o a lungo termine sulla salute e degli effetti tossici cumulativi.

L’analisi dei rischi per la salute viene effettuata in più fasi: la valutazione, la gestione e la comunicazione al pubblico. Tale processo si svolge in maniera indipendente, obiettiva e trasparente e si basa sulle prove scientifiche disponibili. Quando l’analisi rivela la presenza di un rischio, gli Stati membri e la Commissione possono applicare il principio di precauzione e adottare misure provvisorie e adeguate.

Per tale ragione, quando un alimento ha subito contaminazione, putrefazione, deterioramento o decomposizione, è inadatto al consumo umano e gli Stati membri devono organizzare un sistema di controlli e altre attività adeguate, compresa la comunicazione ai cittadini in materia di sicurezza e di rischio degli alimenti.

Chiariti i sopracitati presupposti, la Corte ha esaminato un caso particolare.

Alcune analisi condotte nel 2006 dall’Ufficio veterinario di Passau (Germania) presso stabilimenti della società Berger Wild GmbH, attiva nel settore della trasformazione e distribuzione di carne di selvaggina, avevano dimostrato che gli alimenti erano inadatti al consumo umano. Le autorità bavaresi volevano informare i cittadini, ma la Berger si era opposta, sostenendo che i prodotti potevano presentare alterazioni di tipo sensoriale, ma che non comportavano rischi per la salute.

L’azienda proponeva, pertanto, la pubblicazione di una “comunicazione di allerta”, in cui avrebbe invitato i propri clienti a recarsi presso i loro abituali punti vendita per sostituire i prodotti interessati.

Ma il Ministro per la tutela dei consumatori tuttavia annunciava, con tre comunicati, il ritiro dal commercio dei prodotti spiegando che, viste le condizioni igieniche riscontrate in alcuni stabilimenti, alla Berger era stato indirizzato un divieto provvisorio di immettere sul mercato i prodotti.

In un discorso al Parlamento della Baviera, poi, il Ministro affermava che la Berger aveva dichiarato lo stato d’insolvenza e non avrebbe più potuto svolgere la propria attività.

Ritenendo di aver subito danni considerevoli a causa dei comunicati stampa del Ministero, la Berger chiedeva un risarcimento con una azione davanti al Tribunale di Monaco.

Il Tribunale, prima di emettere la sentenza, ha chiesto il parere della Corte di Giustizia sull’interpretazione del regolamento n. 178/2002.

La Corte ha precisato, in tale sede, che il regolamento n. 178/2002, sulla sicurezza alimentare consente di informare i cittadini riportando la denominazione dell’alimento nonché dell’impresa sotto la cui denominazione o ragione sociale l’alimento è stato prodotto o trasformato o immesso sul mercato, nel caso in cui l’alimento in questione, pur non essendo dannoso per la salute, sia tuttavia inadatto al consumo umano”.

Quindi, un alimento inadatto al consumo umano è considerato “a rischio” ai sensi del regolamento comunitario n. 178/2002 e può rappresentare una minaccia per gli interessi dei consumatori, la cui tutela è uno degli obiettivi perseguiti dalla legislazione alimentare.

Ne consegue che gli Stati membri devono organizzare un sistema di controlli e altre attività adeguate e che le autorità nazionali possono informarne i consumatori, nel rispetto degli obblighi del segreto professionale.

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